martedì 16 dicembre 2014


URBINO- LE IMPRESE MONTEFELTRO-9) L’AQUILA

Ho scattato poi alcune foto “panoramiche” da cui si possono desumere (nonostante la scarsa qualità delle stesse, dovute a povertà del mezzo tecnico, povertà e stanchezza del soggetto scattante, foreste di piedi, gambe e gente frettolosa, ecc.)  altre imprese di cui non si è ancora parlato. Nella foto 1, ad esempio, oltre alle già incontrate mete, alla bombarda, all’ermellino e al rovere …”Roveresco”, ecco che si possono notare  l’ara della sibilla cumana (Ceccarelli, p. 137, che la vuole impresa di Guidobaldo II, quinto duca d’Urbino; terza in alto da sinistra, tra la bombarda e la meta) e il tempio della Virtù (sempre risalente a Guidobaldo II, a destra del rovere) –e di entrambe parleremo in seguito, esattamente  ai “paragrafi” 11 e 12- nonché, lontana e semicoperta (quasi a voler poeticamente ricordarci  che essa è la più antica, almeno stando al Ceccarelli –p. 20- e quindi la più nascosta e remota) l’aquila.     
Partiamo da questa, un’impresa (anzi  “impresa primigenia di Federico” per dirla con Paolo dal Poggetto nella sua relazione sugli “Uomini d’arme” presenti nell’appartamento della Jole del Palazzo Ducale. Cfr.: Piero e Urbino, cit., pp. 290 e segg.)  per parlare della quale non si può non farlo –al contrario che per le altre- anche dello stemma, visto che ne fa doppiamente parte, anche se con varianti, ed è quindi, in fondo, un’impresa per modo dire. Io la valuterei più come un elemento araldico.  L’autore appena citato ci racconta come il Nardini sostenga che l’aquila armata e diademata di rosso fosse stata scelta dal conte Antonio di Carpegna, signore di Montecopiolo e di San Leo, ghibellino. Si dice che il rosso degli artigli e della corona fu scelto in memoria del “sanguinoso tumulto da lui sedato in Roma contro l’imperatore Barbarossa, dal favore del quale trasse origine la grandezza della sua Casa (realtà o, una volta di più, il consueto indulgere in inverificabili vicende carolinge? –nota mia-). Anche la città di Urbino, quando ancora si reggeva con proprie leggi, innalzava nel suo stemma l’aquila imperiale. I Montefeltro, prima di estendere il loro dominio a Urbino, continuavano a fregiarsi dello stemma con le tre bande d’argento in campo azzurro della famiglia dei Carpegna, ma assoggettata Urbino, cambiarono le tre bande d’argento in oro, ponendo in quella superiore l’aquila nera degli Urbinati; così i signori feudatari e i loro sudditi ebbero da allora uno stemma comune” (Ceccarelli, che cita, come detto, un’opera del Nardini, del 1931, dal titolo Le imprese o figure simboliche dei Montefeltro e dei Della Rovere, p. 4).

Dissente totalmente da questa tesi il Lombardi nel suo  “I simboli di Federico di Montefeltro” (in Piero e Urbino, cit. p. 135 e seguenti). Secondo lui “l’originario stemma dei Conti di Montefeltro” si badi bene “prima che diventassero conti di Urbino tra il 1226 e il 1234”, era già quello con le tre bande d’oro (e non argento) in campo azzurro e già munito di aquiletta nera, anche se il Lombardi stesso la vuole posta nel “capo dell’impero” (che nella ripartizione classica dello scudo operata dal Ménestrier, “coprirebbe” i punti A-B-C) che però poi dimostra di confondere con il “punto d’onore” (che invece sarebbe il punto E) , in seguito nominato poi “punto d’onore del capo dell’impero” (che, per quel che posso immaginare, potrebbe trattarsi del punto B).  Cita numerosi esempi di tale stemma (sigilli e armi che vanno dal 1220 al 1404), ma non riportandone alcun esempio figurativo noi non riusciamo a risolvere il dubbio. Quel che più conta, però, e che, stando sempre al Lombardi, una volta acquisito il comitato di Urbino (da Federico II), “i conti di Montefeltro conservarono lo stesso stemma a testimonianza del loro dominio per volontà imperiale e non papale, né per accordo con la comunità o con il vescovo”. Ma “affiancato a questo emblema” (ed è qui che sorge la polemica con il Nardini, e indirettamente quindi con il Ceccarelli, che la riprende)  “[…] figura un altro distinto stemma con un’aquila nera in campo oro: quella di Urbino. Ecco che allora bisogna sfatare una volta per tutte che l’aquiletta entro lo stemma sia stata assunta dai Montefeltro a seguito della loro acquisizione del comitato d’Urbino” (sottolineatura mia).   In realtà, aggiunge l’autore, quell’aquiletta significava ben altro, cioè come già ricordato, una discendenza di matrice ghibellina della loro investitura comitale originaria, dovuta “con tutta probabilità” al Barabarossa.   Nel frattempo Urbino aveva come stemma un’aquila nera in campo oro, “ma questa rimase come simbolo del vescovo cittadino e poi come emblema della comunità, senza passare nello stemma feltresco, almeno fino a Federico, conte e poi duca”.  Il motivo? Stando al Lombardi è chiaro. Federico, dopo la morte del fratellastro conte Oddantonio, di cui tutti sospettavano il primo come mandante (cfr. Roeck e lo stesso Lombardi) “dovette venire a patti con la comunità di Urbino. Il suo potere non derivava più da una desueta investitura imperiale, né solo da un vicariato papale, ma dall’adesione cittadina. Ecco perché sin dagli inizi della sua signoria Federico fu costretto a inquartare l’aquila urbinate con le tre bande feltresche. Su questo punto la scienza araldica è concorde: le inquartature sono preminentemente espressioni pattizie”. A riprova di ciò l’autore cita il sigillo del vescovo Corrado (vescovo di Urbino, 1313), con i suoi due stemmi ovali distinti, l’uno con l’aquila urbinate e l’altro con le bande feltresche comunque munite di aquiletta;  o gli stemmi sui sepolcri gotici del conte Antonio e Guidantonio  che come  i loro avi erano distintamente conti di Montefeltro e conti di Urbino e conseguentemente recavano due “distinte insegne araldiche”. Insomma come a dire che se l’aquila successivamente  inquartata con lo stemma a bande feltresco, fosse quella che anticamente stava appollaiata tra le bande medesime, probabilmente essa sarebbe sparita dalla vecchia collocazione per entrare in quella nuova.  Il fatto che sia rimasta sia qui che là, va a maggior riprova che di due aquile distinte si tratti, come distinti sono i loro significati giuridici.

Inserisco poi una foto  (2)  che chiarisce un concetto del Lombardi, il quale, dopo aver asserito che lo stemma inquartato (aquila/bande) fu lo stemma personale di Federico nei primi decenni del suo dominio, sostiene che il Duca “insinuò un’operazione di sineddoche (immagino sostituendo o evidenziando una “porzione” per il “tutto”, nota mia) dello stemma, con preminenza per quella parte che contrassegna emblematicamente la figura del signore, cioè la sola aquila. A ciò contribuiva il marcato profilo aquilino del personaggio” dovuta al famoso incidente nel torneo del 1451, incidente che costò un occhio al signore di Urbino e che lo costrinse a resecare l’attaccatura del naso (altrove ho già detto dell’insinuazione che vuole come questa operazione fosse in realtà stata espressamente voluta dal futuro duca, per poter meglio disporre del campo visivo del solo occhio rimasto, anche nella zona “morta” dovuta alla perdita dell’altro. Ricordiamo che il suo mestiere fu sostanzialmente la guerra, non doveva essere roba da poco eseguirlo con il cinquanta per cento di vista in meno…).
 





mercoledì 10 dicembre 2014


URBINO- LE IMPRESE MONTEFELTRO-8) L’ELEFANTE

Non ne sapevo nulla, ai tempi (recentissimi) della mia visita a Palazzo Ducale: questa è la tragica verità, ma siccome è la verità, inutile nasconderla. Però poi documentandomi, la sorpresa nel vedere tra le mie foto (e di questa foto chiedo scusa per la qualità) un elefante come impresa feltresca  è stata notevole. E questo perché ero venuto nel frattempo a conoscenza di come l’elefante, per giunta circondato da zanzare (e vedremo tra breve come questa precisazione abbia la sua valenza) fosse “impresa dinastica dei Malatesti, animata dal motto ELEPHAS INDVS CVULICES NON TIMET (“L’elefante indiano non teme le zanzare”)” (Ceccarelli p. 64 nota 96) ove le zanzare indicavano ovviamente i piccoli, petulanti, insignificanti e soprattutto innocui e nemmeno fastidiosi, nemici di turno che pullulavano intorno alla casata. La sorpresa era destinata ad aumentare quando sul libro del citato Ceccarelli lessi di come anche questo elefante feltresco fosse circondato da tafani con l’ovvio medesimo significato delle zanzare malatestiane (sempre insetti succhiasangue sono…), nonché da fasce che lo legano strettamente, ad esaltarne ancor di più la calma e la forza nel sopportare le noie della vita.             
L’impresa appartiene, stando all’autore appena citato (p. 138) al quinto duca di Urbino, Guidobaldo II della Rovere. Chissà se ai tempi in cui questi adottò tale emblema, in città vi fosse ancora qualcuno che ricordasse o comunque fosse venuto a conoscenza di come anticamente il grande nemico dell’altrettanto grande Duca Federico, cioè Sigismondo Malatesta, sfoggiasse identico simbolo; e chissà se pertanto, tale –ipotetico­- ricordo contribuisse ad acuire l’odio della popolazione verso il non certo amato (Ceccarelli dixit) duca Guidobaldo II.  Fantastichiamo. 
Certo è che – se la ricostruzione da noi riproposta risulta vera- questo è un bell’esempio di come il tempo e l’oblio aiutino a far migrare “simboli”, imprese, emblemi da un fronte all’altro; a far valicare loro confini un tempo considerati insuperabili (di certo –crediamo, magari sbagliando- che Federico mai si sarebbe sognato di assumere tale impresa, ai tempi simbolo supremo –come detto- della dinastia malatestiana…). Ma il duca Guidobaldo II moriva nel 1574, quasi un centinaio d’anni dopo rispetto al giorno in cui lo fece anche il suddetto Federico, e più di un secolo dopo le vicende che videro il duca (allora non ancora tale) urbinate e Pio II prevalere sul Malatesta, evento che fece scrivere a Giovanni Santi (padre di Raffaello) nella sua Cronaca Rimata, scritta in onore di Federico,  come “Allo Aliphante el cor l’aquila morse”*. Raffigurare quest’impresa “elefantesca”  nel bel mezzo di Palazzo Ducale, contribuì, consapevolmente o inconsapevolmente, a rendere quei giorni di massimo splendore ancor più lontani.

*L’araldista o (nel mio caso) l’araldofilo si commuove sempre quando simboli di imprese o emblemi di stemmi campeggiano in frasi o concetti, e lo fanno rimanendo inesplicati, perché di tale spiegazione nessuno, ai tempi in cui questi venivano scritti, necessitava.        


venerdì 5 dicembre 2014


URBINO- LE IMPRESE MONTEFELTRO-7)  Le tre mete

Ne parla solo il Ceccarelli (p. 140), mentre il Lombardi tace, anche se le mete non rientrano certo nel novero di quelle che lui definisce “solo espressioni simboliche o anche solo decorazioni ad effetto” e pertanto da escludersi dalla sua rassegna.  Esse fanno parte delle imprese di Guidobaldo II della Rovere, quinto duca d’Urbino (1513-1574: in una tavola del libro del Ceccarelli, per errore, viene indicata la data di morte del sesto duca di Urbino, cioè il 1631, cosa che avrebbe fatto di Guidobaldo II un ultracentenario…). Dalla morte di Federico  di Montefeltro (1422-1482), secondo duca d’Urbino, che fortissimamente volle il Palazzo Ducale, di tempo ne è passato un bel po’. Stando al testo citato quindi, le foto che posto sono testimonianza di un rimaneggiamento, o comunque di un rimodernamento dovuto al discendente dell’illustre antenato. Sembra che almeno l’”anima” (cioè, ricordiamo, il testo che accompagna la figura, detta invece “corpo”) dell’impresa discenda direttamente dai due papi pure loro Della Rovere, Sisto IV e Giulio II, che amavano siglare con tale motto le loro carte personali. Nel “Canocchiale Aristotelico” di Emanuele Tesauro si cita l’impresa del “Duca Guidobaldo di Urbino, come “Ammirata dagli scrittori”, e “cioè le Mete, col Motto Greco PHILARETOTATO, in cui sommamente lodano (gli scrittori di cui sopra, nota mia) L’Erudition della Figura, alludente alla palma destinata a chi precorreva nel Circo Massimo. Et ancora l’Erudition del Motto, latinamente significante Virtutis Amantissimo”, che rimanda all’attitudine principesca di conseguire “la Palma, così delle belliche, come delle tranquille virtù”.   
(
http://books.google.it/books?id=Kg1WAAAAcAAJ&pg=PA454&lpg=PA454&dq=philaretotato&source=bl&ots=Vkw_h217aW&sig=hs0eJIbgIRbnYwKWQ6rffMRI0lQ&hl=it&sa=X&ei=yWpHVJbsFpPxaMqPgvgG&ved=0CCEQ6AEwAA#v=onepage&q=philaretotato&f=false).

L’allusione al Circo Massimo rimanda al significato del termine “meta”. Le mete sono le guglie ornamentali (cito il Ceccarelli) posta alle estremità della spina centrale dell’arena, intorno alle quali i carri dovevano girare dopo aver percorso un lato della pista e prima di percorrere l’altro in senso inverso. Da questo deriva anche il significato figurato di “meta” che ancor oggi si usa.  Il Duca amava questa impresa tanto che la fece raffigurare non solo nel Palazzo di Urbino, ma anche in quello di Pesaro e in medaglie commemorative o monete. Nella nota 333 sempre il Ceccarelli cita un passo del Tasso contenuto nell’opera “Il Conte overo de L’imprese”, ma del resto il Tasso insieme al padre Bernardo era uno dei “protetti” più famosi del Duca, e sicuramente in Urbino nell’Aprile del 1556 e poi nel 1574, quando il 25 Febbraio si rappresentò la sua Aminta, con la novità del coro presente tra gli atti (Ceccarelli, nota 300: l’autore urbinate afferma che in quell’occasione nacque- in Urbino quindi- il melodramma, dopo che, sempre stando a lui, con la Calandria di Bernardo Dovizi, sorse, sempre in Urbino,  il teatro moderno, in data 6 Febbraio 1513 -Ceccarelli nota 244-.





martedì 2 dicembre 2014

URBINO- LE IMPRESE MONTEFELTRO-6) QUERCIA

 Il Ceccarelli distingue due imprese riguardanti la quercia: una “nel suo pieno vigore avente tra i rami il motto “Feretria” “ e l’altra “rigogliosa “ che porta nei suoi rami l’antico stemma del c...onte Antonio, accompagnato in punta dal breve svolazzante contenente il motto “TVTA TVEOR”. Il riferimento alla maestosità della quercia che non si sottomette nemmeno se investita da venti impetuosi, fortunali , grandine e ogni sorta di avversità, è ovvio, così come quello che la vuole emblema del Montefeltro, ricoperto da foreste di querce. Per quanto riguarda la quercia con lo stemma Montefeltro antico, il Ceccarelli avverte che non vi sono prove documentarie dell’effettivo utilizzo di questa impresa da parte del conte Antonio, ma anche che “essa fu certamente impiegata da qualcuno dei suoi discendenti, che in lui riconosceva il capostipite dei Montefeltro”. L’autore sostiene inoltre che le tre imprese del conte Antonio, cioè la quercia, lo struzzo e l’aquila di nero, al volo abbassato, armata, imbeccata e sormontata da una corona, il tutto di rosso, “furono le uniche usate nei documenti riguardanti vari personaggi del casato dei Montefeltro”.
Nella foto si possono scorgere nella seconda e quarta fila, due foglie di quercia?

venerdì 28 novembre 2014


URBINO- LE IMPRESE MONTEFELTRO- 4) e 5): LO STRUZZO E LA GRU

 

LO STRUZZO     

Secondo Francesco V. Lombardi (I simboli di Federico di Montefeltro, in Piero e Urbino, cit.) l’impresa più antica di Federico “dovrebbe essere” lo struzzo, “In quanto ereditata dal nonno conte Antonio (m. 1404)” poiché al centro del suo sarcofago è rappresentato l’animale in questione. Il pezzo di lancia nel becco è spiegato dal cartiglio in tedesco antico “ICK KANN VERDAUEN EIN GROSSE EISEN”, cioè “Io posso ingoiare un grosso ferro” e quindi superare qualsiasi avversità. Il Lombardi suggerisce però che “forse” questa frase possa alludere anche al famoso incidente nel torneo del 1451, in cui Federico, a causa di un colpo di lancia (quindi di “ferro”) perse un occhio e diciamo così “acquisì” (c’è chi dice che l’asportazione di un pezzo di osso nasale non fu direttamente causata dal sinistro ma  fu volontaria e che Federico l’avrebbe voluta per poter vedere meglio con l’occhio rimasto. Dato il lavoro che faceva una buona visuale  era piuttosto importante…)il caratteristico e inconfondibile profilo. Non a caso il primo capitolo del “Federico da Montefeltro” di Boeck e Tömmesmann (Cit.) si intitola: Il naso d’Italia…  Da questa tesi però, discenderebbe che almeno “l’anima” (cioè la parte testuale, riportata nel cartiglio) dell’impresa dello struzzo dovrebbe risalire ai tempi di Federico (il “corpo”, cioè il simbolo figurativo, di essa invece come abbiamo visto rimarrebbe comunque antecedente di un secolo, visto che si trova sul sarcofago del conte Antonio).  Non è assolutamente d’accordo su questo il Ceccarelli (Non Mai, cit. ), che, anzi, afferma come l’allusione alla non semplice attività di digerire un grosso pezzo di ferro, rimandi direttamente alla memorabile prodezza del suddetto Antonio di riconquistare Urbino, nella seconda metà del XIV secolo, dopo diciassette anni di esilio. L’autore poi dà contezza dei dubbi che da sempre hanno circondato lingua e senso del motto, dubbi dovuti, a sentire lui (che riporta il parere di non meglio precisati “alcuni”) al fatto che detto motto sarebbe “una mescolanza ortograficamente impropria di antico tedesco e antico inglese”, o, secondo altri, scritto in tedesco in maniera scorretta. Il Ceccarelli riporta altra lettura rispetto a quella da me scritta all’inizio, come ad esempio: “I CAN VERDAIT EN CROC ISEN”, comunque poi ritradotta nell’ ICK KANN VERDAUEN EIN GROSSE EISEN che ho riportato all’inizio. L’autore urbinate avverte poi che lo struzzo appare a volte pure senza cartiglio nel becco, e a volte con quest’ultimo direttamente sostituito dal pezzo di ferro.

LA GRU               
Il Santi diceva che Federico “era sempre vigilante e desto” (Lombardi, cit.). Lo stesso Lombardi pretende che questo verso derivi direttamente dall’impresa della gru e noi glielo lasceremo dire, ché prove al contrario non ne abbiamo. La cosa importante è spiegare il perché: secondo tradizione tale pennuto, anche quando sconfiggeva gli avversari, rimaneva vigile al punto che dormiva soltanto su una zampa, tenendo nell’altra una pietra, in modo che, in caso di sonnolenza e conseguente addormentamento, la caduta della pietra stessa l’avrebbe subito risvegliato. In araldica questo è un particolare non da poco, perché permette spesso in caso di stemmi poco leggibili (o di araldofili poco …leggenti) di distinguere immediatamente tale volatile da qualsiasi altro (struzzo, cicogna, ecc.).  Sempre araldicamente, tale pietra è definita, a ragione quindi, vigilanza (per esempio: d'oro, alla gru con la sua vigilanza sulla pianura verdeggiante, il tutto al naturale, cioè lo stemma del comune di Colturano, Milano).Spero di non sbagliare, ma nella foto  (n.  2) del soffitto dello studiolo in cui appare una specie di compendio delle imprese federiciane (e di cui diremo), è possibile proprio apprezzare la differenza tra gru e struzzo, nella fila più in basso (rispettivamente seconda e quarta immagine da sinistra).  Inutile soffermarsi sugli evidenti parallelismi che si possono trarre dal comportamento del trampoliere, quali la prudenza, l’essere vigili e accorti, il sacrificare il sonno e il riposo del Principe, per proteggere i sudditi, ecc… Ovviamente tali significazioni spiegano il perché dell’assunzione dell’impresa da parte del Duca. Il motto nel becco dell’animale è “Officium natura docet” cioè “la natura insegna il da farsi”. Bella la carrellata della descrizione del trampoliere in vari bestiari medievali, che fa il Ceccarelli nel suo Non mai (cit.). Tra essi notiamo che Richart de Furnival, nel suo Bestiaire d’Amours, si discosta leggermente dagli altri, in merito alla vigilanza: secondo lui infatti il sasso non risvegliava, cadendo e facendo rumore, la gru posta alla sorveglianza delle altre (che invece dormono) colta dal sonno, ma semplicemente non la faceva dormire in quanto non le consentiva un perfetto equilibrio. Ma è, come detto, l’unica voce fuori dal coro: tra testi araldici e non, io ho sempre sentito soltanto la versione del sasso che risveglia il pennuto, cadendo. Concludiamo con gli stupendi versi di Cecco d’Ascoli nel suo L’Acerba (sempre riportati nell’opera del Ceccarelli):
Hanno le gru ordine e signore  
e quella che conduce spesso grida         
corregge e amaestra lor tenore.             
Se questa aranca, l’altra in ciò soccede;              
quando dorme, questa che è lor guida,               
la guardia pone ch’alcun no lle prede.                 
Questa                 che guarda, sta con l’una gamba,                         
nell’altra tien la pietra, che se dorme,                  
cadendoli, de suon l’occhi stramba.      
Così dovria ciascun cittadino,   
l’un co l’altro esser conforme,  
che non venisse lor terre al dichino.       
               



venerdì 21 novembre 2014


URBINO- LE IMPRESE MONTEFELTRO-2):  LE FIAMMELLE (DIVISO IN 2/A E 2/B)

 L’impresa delle fiammelle è quella che senz’altro mi è apparsa come la più suggestiva, non tanto “vedendola”, ma “leggendone”. Tento di spiegare perché.


 

2/B

A pagina 148 (e seguenti) del già citato Piero e Urbino, Francesco V. Lombardi, nel suo UN MISTERIOSO SIMBOLO DI FEDERICO NELLO STEMMA DI PIERO DELLA FRANCESCA, riprende molti aspetti già trattati nel nostro post 2/A (al quale, quando sarà il caso, rimanderò) ma anche altri di nuovi, su cui soffermeremo qui la nostra attenzione.  Richiamo l’attenzione di tutti però a quanto Antonio Conti ha evidenziato nel suo commento relativo al post 2/A e alla sua tesi, del tutto “rivoluzionaria” rispetto a quelle là da me riportate, tesi che appare più convincente e meno fantasiosa delle precedenti, dai punti divista araldico e storico e che, al di là della diversa attribuzione dello stemma presente nel fregio con il grifo, scinde del tutto le fiammelle in esso presenti, dalle fiammelle intese come impresa e riscontrabili un po’ in tutto il Palazzo Ducale (p. 231).
Com’è bene che accada ognuno trarrà  le conclusioni da lui ritenute più opportune. A me invece, come sempre, sta a cuore fornire al “profano” o comunque al non specialista (categorie in cui come è notorio mi inserisco in pieno) la visione più completa possibile di quanto si dica o si pubblichi su un determinato argomento.

Prima che il Prof. Borgia, a me carissimo, mi bacchetti idealmente, evidenzio però il mio dissenso verso il termine “simbolo” anziché “emblema” utilizzato nel titolo dal Lombardi. A chi interessasse la differenza rimando agli atti del convegno tenutosi a Como nel Giugno 2013 (visibili in ARALDICA TV, “Introduzione all’araldica” di Luigi Borgia AIH) o a quanto da me indegnamente ripreso nel mio “Signa” sull’argomento (per chi ne fosse interessato, potrei pubblicare lo stralcio relativo).

Il Lombardi, dopo aver ripreso in maniera del tutto simile a quelle già esaminate, il discorso delle fiammelle presenti sull’alcova, e quello sul fregio del caminetto con il giovane Montefeltro e il grifone, esegue un minuzioso elenco in cui tale “divisa” compare nel Palazzo Ducale. Sin qui nulla di nuovo: compagnia della Calza, Accesi, Federico giovinetto, FC che si commuta in FD trattandosi “solo di far chiudere il tratto aperto della c con un’asta verticale e leggermente spezzata all’indietro”. Cose già viste in 2/A e commentate/confutate come detto da Antonio Conti.
Il Lombardi aggiunge però un’altra interpretazione: quella dantesca. Citando il Micelini Tocci e il suo Introduzione a il Dante urbinate della Biblioteca Vaticana, l’autore si dice certo che un “codice di Dante” (sic) fosse presente alla corte di Urbino sin dal 1352 “ e certamente c’era il culto per quel grande personaggio che fu il Conte Guido da Montefeltro (Inf. XXVII) che Dante aveva poeticamente trasfigurato in una lingua di fiamma”. Un rimando che a me pare assai vago, ma che io riporto pari pari.  Come vago e superato dalle appena apprese tesi di Antonio Conti (che identifica l’animale chimerico come rimando diretto al Piccinino), pare il voler identificare il grifone cavalcato dal putto non solo  come “sintesi” tra l’animale “più perfetto” in cielo e il più potente della terra, cioè tra aquila e leone, ma anche come binomio Urbino/Venezia, cosa che doveva rendere l’emblema del fregio “di grande utilità ogni qualvolta i rapporti con la Repubblica Veneta venivano ad irrigidirsi  a causa della leale, costante adesione del signore di Urbino verso il re di Napoli e verso il papa: poteva sempre ricordare e mostrare agli ambasciatori veneziani l’antico legame con loro città”. Immagino che le doti diplomatiche del Duca andassero ben oltre questo e non dovessero far ricorso ad un fregio in pietra…             
L’elemento senz’altro più interessante, e -anche dal punto di vista strettamente araldico- tutto da verificare,   che il Lombardi introduce       è la supposta “devoluzione”  federiciana  (come secondo l’autore accadde anche per il Paltroni e “forse anche con Ludovico Odasi”, ma anche tra Galeazzo M. Sforza e Giovanni Bentivoglio: gli stessi Bentivoglio che cita Antonio Conti nel suo saggio su Nobiltà –si veda link in suo commento a 2/A-?)a Piero della Francesca, e delle fiammelle e del grifone. Qui però mi rimetto del tutto a chi ne sa di più, perché la pessima foto tratta da “Piero e Urbino” non mi permette nemmeno di verificare se si tratti davvero di fiammelle e soprattutto se la presunta “testa e collo di grifone” sia tale o non appartenga piuttosto ad un pennuto.  Il Lombardi comunque cita uno stemma sul sepolcro dell’artista così intimo a Federico e “quello di un camino a Sansepolcro” quindi non dubito della sua interpretazione araldica. Egli conclude così il suo saggio: “Dunque le fiammelle e il grifone del fregio di un camino scolpito con l’immagine di Federico di Montefeltro ritornano nello stemma nobilitato di Piero della Francesca . Non può essere un caso.”.  

mercoledì 19 novembre 2014


URBINO- LE IMPRESE MONTEFELTRO-2):  LE FIAMMELLE (DIVISO IN 2/A E 2/B)

 L’impresa delle fiammelle è quella che senz’altro mi è apparsa come la più suggestiva, non tanto “vedendola”, ma “leggendone”. Tento di spiegare perché. DIVIDO L’ARGOMENTO IN DUE SEZIONI, LA 2/A –questa- E LA SUCCESSIVA 2/B.

 

2/A

Già Paolo del Poggetto (in Piero e Urbino, cit. p. 321) ne parla, ma egli stesso rimanda al saggio, in questo senso più completo, del Lombardi presente nella stessa opera Piero e Urbino. Il primo autore sta esaminando  l’”Alcova del Duca” (o “Lettiera” di Federico da Montefeltro)  e si imbatte pertanto nell’impresa di cui qui si parla. Rigetta da subito, come vedremo fare al Lombardi, l’idea che tali fiammelle possano rappresentare, come vorrebbe un’interpretazione tradizionale del Nardini, risalente al 1931 e poi sempre pedissequamente ripresa, “la  summa delle tre onorificenze più importanti ottenute da Federico nel ’74 (il gonfalonierato, il collare dell’Ermellino, l’ordine della Giarrettiera)”. I dubbi gli nascono sia dal fatto che le tre fiammelle sono rappresentate nell’alcova in numero di sei e non di tre, e altrove, nel palazzo, anche di nove; sia perché inquartate –sempre nell’alcova- con la sigla in lettere gotiche che tanto ha messo in difficoltà gli studiosi e che potrebbe essere dirimente per la nostra questione . Il Del Poggetto, nel 1983, l’aveva risolta in F F (Federicus Feltrius), ma nel testo da me qui citato, ci ripensa ne dà un’interpretazione più corretta e intrigante: come furono corrette da conte a duca [e quindi da F(EDERICUS) C(OMES) a F(EDERICUS) D(VX)] “le sigle nella pietra” in lettere capitali, “non è difficile pensare ad una assai più semplice correzione pittorica sul legno dell’alcova”,(nella foto 1, l’inquartato di cui si tratta, ma presente nel soffitto dello studiolo. Foto tratta da Piero e Urbino cit.) tanto più che in linea generale, aggiungo io, in grafia gotica è semplicissimo mutare la “c” minuscola in “d”, aggiungendo una semplice asta allungata sulla destra della lettera.  Se così fosse, le tre (che poi, come detto, sono sei) fiammelle dell’alcova non potrebbero rappresentare le altrettante dignità di cui sopra, ottenute nel  1474, e quindi nello stesso anno del conseguimento del titolo ducale, in quanto inquartate con (e pertanto coeve della) sigla FC (quindi Federico Conte) e non di quella FD (Federico Duca), solo successivamente modificata in tal senso. C’è  di più, aggiungo io: stando al Ceccarelli questa è la cronologia delle onorificenze ottenute da Federico nel 1474: 18 Agosto: Giarrettiera; 11 Settembre: Ermellino (data confermata anche dal Lombardi). Come  ricordano Roeck e Tönnesmann, il titolo ducale fu conferito il 21 Agosto del 1474, e quindi “a cavallo” tra il conferimento di Giarrettiera e Ermellino. Da questo si deduce come sia impossibile che le tre fiammelle rappresentino le tre onorificenze (le due esaminate e il Gonfalonierato), giacché sono inquartate con la sigla FC(omes), che almeno per quanto riguarda l’Ermellino, non era più valida perché ai tempi  del conferimento, Federico era Duca da quasi un mese. 
Ma il Lombardi (I simboli di Federico di Montefeltro, sta in Piero e Urbino, pp. 135 e segg.) aggiunge particolari assai interessanti e lo fa partendo da un fregio erratico di pietra, presente nel palazzo ducale di Urbino (foto 2-3-4-5) . Il putto conserva nel viso (e qui c’è accordo tra il Lombardi e il Ceccarelli) le fattezze adolescenziali del viso di Federico.  Egli cavalca un grifone , tiene nella mano destra un libro e porta sulla spalla lo stemma Montefeltro. Ma è lo scudo che afferra il grifone a destare interesse: in esso infatti sono rappresentate delle fiammelle.  Sebbene il fregio sia da far risalire al 1459-60, è il profilo dell’adolescente Federico a suggerire il periodo cronologico da prendere in considerazione. A undici anni fu mandato in ostaggio a Venezia , come pegno in garanzia della seconda pace di Ferrara. Rimase là per quindici mesi, e in quel lasso di tempo fu accolto in una compagnia di giovani aristocratici, intrisa di ideali cortesi, “fra cui l’amore cavalleresco e trobadorico per le donne”  (Lombardi). Era la famosa Compagnia della Calza, “così chiamata perché tutti vestivano allo stesso modo, ostentando «le fiamme d’amore», tanto che venivano chiamati anche «Accesi». Secondo noi questa fu la divisa di Federico adolescente che poi, per ragioni di convenienza politica, si portò dietro per tutta la vita , vantandosi di questa sua giovanile e incorrotta fede negli ideali, specie con gli ambasciatori veneti che tentavano di corrompere la sua lealtà verso il papa e il re di Napoli (Lombardi) (foto 6). Nello studiolo, sotto alle fiammelle (foto 7) compare anche il verso di una canzone: “Jay pris amor a may devise…” (“ho scelto amore come mia divisa…”). Secondo il Lombardi anche il fatto che queste fiammelle siano inquartate con lettere scritte in gotico (prima FC e poi FD, come visto), sarebbe indicatore del fatto che “la loro radice risaliva ai tempi in cui ancora non erano state rivivificate le belle lettere rinascimentali di antica matrice romana”.
Il Ceccarelli conosce la lezione del Lombardi, in quanto la cita, ma finge di scordarsene, di fatto ricusandola (anche per mano del Bagatin*), dapprima dando credito alla tesi delle tre onorificenze (vedi righe precedenti) e poi perdendosi in barocche escursioni “sull’espressione visiva dell’incorrotta fedeltà di Federico agli elevatissimi ideali di vita..” ecc., ecc. degne del “miglior” araldista seicentesco. 

E in realtà (mi concedo una divagazione, anche per far inquadrare meglio una delle fonti a cui mi sono rivolto)  questo del Ceccarelli è un libro assai strano:  può dirsi prezioso, ricco com’è di meravigliosi aneddoti tratti da lunghissimi stralci (posti specialmente  in nota) di testi originali, corrispondenza e fonti, che restituiscono pennellate di vivide vita quotidiana (anche se soltanto dei “vip” del tempo) e dettagliato negli avvenimenti storici che certamente l’autore conosce a menadito, nonché utile per gli inserti sulle imprese feltresche. Ma certo la sua (comunque non poca) utilità, a nostro modestissimo parere, finisce qui. Chi volesse cercare una chiave critica delle gesta federiciane rimarrebbe deluso. L’ampolloso autore urbinate si inserisce piuttosto, con il suo libro, come l’ultimo (in senso cronologico, visto che il libro è del 2002…) tra i cronisti encomiastici che riempivano la Penisola con le loro righe grondanti lodi per il loro signore e il suo indiscusso buongoverno, esaltandone sino ad idealizzarle le virtù e tacendo i difetti e le ovvie ed inevitabili manchevolezze.  E così il Ceccarelli non riesce ad ammettere nemmeno –definendola: “fantasticare le più inaudite supposizioni…”- il fatto (da altri storici dato ormai per certo) di attribuire la paternità di Federico, non a Guidantonio, che in realtà sarebbe il nonno, ma a Bernardino Ubaldini della Carda (stemma Ubaldini in Urbino foto 8); oppure neppure accenna all’ipotesi (da altri storici data ormai per fatto certo) che dietro all’assassinio del legittimo Signore e Conte  di Urbino, Oddantonio, avvenuto nel 1444, ci sia la mano proprio del fratellastro (?) Federico (la stessa mano che, insieme ad altre,  ordì la Congiura dei  Pazzi), prontissimo, già dopo pochi giorni, a prendere le redini del comando. Pare persino ovvio, che con un modo così platealmente schierato di fare Storia, i nemici diventino tutti iniqui, ricolmi dei più orrendi e nefasti vizi (figuriamoci un po’ il povero Sigismondo Malatesta come poteva uscirne, se non come fosse “noto in tutta Italia per la sua subdola slealtà”, che “preferì la guerra anziché recarsi a Roma a discolparsi umiliandosi al cospetto del pontefice”, ecc. ecc. mentre ovviamente su quest’altro fronte Federico e il papa risplendevano in ogni frangente per umiltà, compassionevole pietà, lealtà e giustizia…, difensori da un certo punto in poi degli splendori della Cristianità, contro “le bandiere della mezzaluna, che garrivano ai limpidi cieli cristiani degli arabescati versetti del Corano, non promettenti alcunché di buono con la loro ricamata inintelleggibilità”). Per il Ceccarelli ciò che scrive il Paltroni neii suoi Commentari della vita et gesti dell’illustrissimo Federico Duca d’Urbino,   è oro colato da cui ricavare “vivida l’immagine complessa di quest’uomo singolarissimo che seppe armoniosamente conciliare e coniugare la dura vita del condottiero di eserciti col gusto tutto cortese e gentile del cultore delle humanae litterae da cui gli pervenne quella profonda conoscenza degli uomini e quella penetrante sapienza delle cose, che lo resero celebre in tutta Italia e in Europa per l’acutezza di giudizio, per il vasto sapere e il munifico mecenatismo”.  E questo funga da premessa e da istruzione per l’uso di questo libro, per molti aspetti (o comunque per me)  “arcaico”.

 

* Pier Luigi Bagatin asserisce (e il Ceccarelli come detto, riporta ciò nel suo libro) che l’ipotesi del Lombardi è “suggestiva” ma attende conferme, e nel frattempo non “assurge a prova piena, in quanto, nel variopinto arcipelago veneziano delle Compagnie della Calza” –più di trenta nell’elenco di Marin Sanudo di fine ‘400- gli “Accesi” sono gli ultimi a sorgere, e comunque dopo il 1533” e quindi  dopo un secolo esatto rispetto all’epoca di Federico undicenne, ostaggio a Venezia. Ma a questo punto il problema non è più solo “araldico” ma si fa storico tout court.

Nel segnalare in foto 8, un particolare araldico dell’”alcova” di cui si parlava prima, e che nelle foto 9-10-11 si può osservare una “migrazione” delle fiammelle tutt’intorno all’aquila feltresca , rimando ad altro “post” (il 2/B) un altro aspetto assai interessante relativo a quest’impresa.











 
 
NELLA PAGINA F.BOOK IL CAFFE' ARALDICO, ANTONIO CONTI POSTA UN SUO PEZZO APPARSO IN "NOBILTA'" CON CUI ESPONE TESI DEL TUTTO DIVERSE DALLE PRECEDENTI. ECCO QUA IL LINK http://www.scribd.com/doc/116102251/Un-Fregio-Enigmatico-Al-Palazzo-Ducale-Di-Urbino-2003