venerdì 8 dicembre 2017

STEMMARIO VERONESE -SANT'ANASTASIA E DUOMO. STEMMA MAZZANTI



http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/bsb00001423/images/index.html?id=00001423&groesser=&fip=193.174.98.30&no=&seite=77



In attesa di poter imbastire il mio studio presso alcuni archivi, di cui dicevo in post precedente, riprendiamo la cara vecchia abitudine dello Stemmario Veronese. Se si esclude l’estemporaneo intervento sullo stemma Becella del 12 Ottobre, l’ultimo intervento riguardava lo stemma Mazzoleni. Foneticamente, dai Mazzoleni ai Mazzanti il passo è breve, ma qui di mazze non ne troveremo, solo leone, gigli, spade e lambelli.  Va secondo me fatto un po’ di ordine su quanto dice il De Betta, che cita molti esempi (tra cui quello che riporto io in foto 2-3-4), ma non quello di Sant’Anastasia (foto 1), forse perché (diamogliela buona) in questo caso non siamo, tecnicamente parlando, di fronte ad un vero e proprio stemma, mancando lo scudo, ma ad un elemento araldico, il leone con la spada appunto. Potrebbe darsi che questo fatto spieghi anche la mancanza di gigli e lambello nel testimone di Sant’Anastasia, elemento regolarmente presente invece nello stemma (questo sì, tale) del chiostro del Duomo (foto 1-2-3) e nei blasoni riportati dal succitato autore (Gianfilippi, Crollalanza, Corfinio, Verza; con differenze tra di loro, la più evidente delle quali è quella del Corfinio che esclude i gigli conservando il lambello).  Dopo alcuni sforzi, stante la consunzione del manufatto, evidentemente una volta soggetto a calpestio continuo, sono riuscito a scorgere, nello stemma del chiostro (foto 2-3-4, visibile in foto 2) la presenza della spada, tra la testa e l’arto superiore destro del leone. Dall’elsa che sbuca appena al di sotto della branca destra, si evince che l’arma è impugnata solo con tale zampa. Eppure anche l’altra, la sinistra anteriore, sembra stretta a pugno come dovesse stringere qualcosa. Errore? Pentimento?  Dicevo in esordio che va quantomeno verificata la classificazione chissà se farraginosa o meno del De Betta. Questi raggruppa tutte le testimonianze dell’arma Mazzanti in Verona (tre, escludendo come detto quella di Sant’Anastasia, non citata) sotto il nome di Lodovico Mazzanti. Non ho elementi per constatare se tutti questi riferimenti araldici siano proprio di Lodovico. Di certo la lapide del Duomo, se non ho inteso male è riferibile proprio alla tomba di costui, “ottimo cittadino” morto nel 1496, predisposta per le sue spoglie dal figlio, il canonico veronese Francesco, e dai suoi fratelli.

Proprio per le foto di questa lapide ringrazio Samuel Ponchiardi, che le eseguì per me nell’Estate di tre anni fa.











giovedì 23 novembre 2017

Causa cambio gestore telefonico la mia connessione internet non sarà attiva almeno per altri sette giorni. Ne approfitto per studiare in maniera più approfondita quanto necessario per la puntata n. 2 sullo stemma Malipiero. Del resto non è mai stato importante per me quanti post pubblicare, ma quanto io possa apprendere nell'approntarne . Grazie a presto.

martedì 7 novembre 2017

 MALIPIERO E DE DOMINICIS IN UN CORALE QUATTROCENTESCO DEL DUOMO DI BRESCIA

Proseguiamo, in via preliminare, con il verificare come il termine mano d’aquila appaia o meno nei principali “vocabolari” araldici. Come detto il Crollalanza lo ignora (si veda post precedente). Piero Guelfi Camaiani lo riporta, introducendo però un sinonimo, anche questo non riportato dal Crollalanza (e che io non ho mai visto utilizzato): artiglio alato.  Piccola nota partigiana: il Guelfi suddetto cita anche una famiglia bresciana, Barboglio Gaioncelli come detentrice di una mano d’aquila nera sormontante un monte un monte di tre cime d’oro, il tutto in campo rosso. Ora, negli stemmari in mio “possesso”, come “Gaioncelli (abbinato o meno ai Barboglio) non ho trovato nulla, mentre ho un riscontro dello stemma Barboglio che è un semplicissimo leone d’oro in campo rosso. Non so quindi da dove il Guelfi abbia tratto la sua affermazione. Niente “mano d’aquila” nel Ginanni, mi pare, e nemmeno nell’altro vocabolario Guelfi, quello di Guelfo. Il termine è invece riportato dal pur scarno e burocratico Manno.
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Vi sono due vescovi bresciani che appaiono legati indissolubilmente in un capolavoro miniato oggi conservato in Queriniana (ms A III 11, Pontificale Romano), vale a dire uno dei corali del Duomo di Brescia: sono Bartolomeo Malipiero (padovano, operante nella città lombarda dal 1457 al 1464) e il suo successore Domenico de Dominici (1464-1478). Del secondo abbiamo già parlato con riferimento al suo monumento sepolcrale visibile in duomo vecchio (https://www.facebook.com/groups/211814768987383/search/?query=de%20dominicis oppure http://bianchetti-araldica.blogspot.it/search?q=de+dominicis). Il Corale (proveniente, insieme ad altri diciassette, dalla Cattedrale di S. Maria Maggiore de Dom e di proprietà del Capitolo della Cattedrale) è stato studiato nel ’98 da Paola Bonfadini la cui tesi è stata pubblicata in un libro intitolato I libri corali del Duomo vecchio di Brescia. Da questo testo apprendiamo che i manoscritti risultavano essere già in parte redatti nel 1463 (vescovo il Malipiero) e decorati tra il 1471 e 74 (vescovo il Dominici, che diede nuovo impulso alla decorazione, tramite la donazione avvenuta nel primo dei due anni citati). Purtroppo, a dimostrare ancora una volta come l’araldica sia spesso snobbata anche in studi che la riguardano da vicino e di cui è (dovrebbe essere) parte integrante, già alla quinta immagine (unica a tema araldico, se non erro) dell’opera della Bonfadini si registra un errore marchiano: la didascalia parla di stemma De Dominicis, ma l’arma è quella dei Malipiero (l’errore è ripetuto nell’indice). Forse si è dato per scontato che quella prevalente di numero nelle pagine miniate (si legga più avanti), si riferisse al vescovo che per più anni si occupò della produzione di quest’ultimo. Tuttavia, sarebbe bastata un’occhiata a qualche stemmario, anche moderno, reperibile nella stessa Queriniana, per sanare il fraintendimento. Ad ogni buon conto nel capolavoro in questione, che poi, per mia fortuna, ho consultato direttamente, appaiono (se non ne ho saltati alcuni) quattro stemmi De Dominicis e nove Malipiero, quest’ultimo variamente rappresentato dal punto di vista cromatico (l’arma corretta prevede un d’argento, alla mano d’aquila di nero, si vedano foto 1-2). Considerato che il titolare dello stemma con la suddetta mano d’aquila visse soltanto per un anno dall’inizio della redazione del libro, non so dire il perché di questa sproporzione a suo vantaggio, non so dire cioè se lo stemma Malipiero appaia più volte perché tra il 1463 (anno di inizio dei lavori) al 1464 (anno di morte del Malipiero) si fossero già eseguite numerose iniziali con il suo emblema araldico (sparse per tutto il libro?) o se dette rappresentazioni risalgano al periodo successivo e vogliano soltanto “ricordare” il prelato che approvò l’inizio dell’esecuzione artistica. Metto comunque tali stemmi nella mia carrellata (30 immagini), alternati a pagine prive di testimonianze araldiche ma talmente meravigliose che non me la sono sentita di non condividere.  































lunedì 30 ottobre 2017

MANO D’AQUILA NEL BRESCIANO

In queste prossime puntate, vorrei lasciare piccola testimonianza del passaggio dello stemma Malipiero in quel di Brescia. Ricordo a tutti, specie ai nuovi arrivati, che le mie sono solo impressioni, occasioni di approfondimento e che quindi le mie carrellate, i miei approcci agli argomenti trattati non pretendono mai di essere esaustivi.
Innanzitutto un po’ di chiarezza (ovviamente non a tutti necessaria) sullo stemma Malipiero: cos’è? Ho letto e sentito di tutto, complici anche riproduzioni non certo impeccabili: da ostensorio a “semivolo d’aquila”. Quest’ultima locuzione in realtà manco esiste, esiste semmai il semivolo tout court, vale a dire, in pratica, un’ala (se sono due siamo di fronte a un “volo”, congiunto o disgiunto, a seconda se esse siano o meno unite tra loro). Il Crollalanza in realtà, parla, per descrivere la figura di cui stiamo trattando, di un “semivolo sostenuto da un artiglio” (Enciclopedia pag. 533-534), omettendo, e la cosa stupisce non poco, il termine specifico che oggi (?) invece si usa, cioè “mano d’aquila”. Ecco quindi il termine corretto.


Ne usa uno la famiglia Campioni di Siena (foto 1), o la Beccadelli di Bologna (foto 2), ne usa uno quella Malipiero (foto 3-4). La particolare foggia della mano d’aquila “Malipiero” (con l’ala spiegata e leggermente ritorta su se stessa, ha indotto riproduzioni non impeccabili, e lo vedremo, le quali, come detto, inducono alcuni a identificare la figura con uno strano ostensorio…). Per ora aggiungo qui breve carrellata dello stemma relativo, così come è possibile trovare negli stemmari indicati direttamente nello watermark in sovrimpressione alle immagini. Come anticipato, presto, spero, inizierò ad approfondire, riportando un paio di “incontri” magnificamente suggestivi per il sottoscritto.








giovedì 12 ottobre 2017

STEMMARIO VERONESE ARMA BECELLA? (VIA QUATTRO SPADE VERONA)


Verona, centralissima Via Quattro Spade. Faccio notare a mia suocera uno stemma abraso sopra ad un portone. Mi chiede se voglio una sua foto: Io dico: “Mah… mi sa che è inutile…non si vede nulla…sì, no, sì, no…”. E lei fa: “Magari poi ti serve”. E io, poco convinto: “ok falla”. Ingrandendo scorgo un contorno…una specie di leone tenente tra le branche anteriori, in maniera classica, qualcosa. Tramite cellulare riesco a consultare in tempo reale il non certo affidabilissimo “Insignia nobilium veronensium et vicentinorum”, il Fugger classificato come 276 nella BSB. Fortunatamente già alla lettera “B” trovavo qualcosa di simile: potrebbe essere appartenuto ad un membro della famiglia BECELLA, lo stemma (ex stemma…) in questione? Il De Betta parla di un Tomaso Becelli:  dice che la “cosa” tenuta dal leone è un “ramo fiorito di verde fiorito d’oro”; dice che il Crollalanza la considera invece una rosa d’argento stelata e fogliata di verde; riproduce stemma simile a quello del cod. Fugger 276, ma non cita questo di Via Quattro Spade, probabilmente già illeggibile ai suoi tempi, a meno di salire su una scala, potendolo così osservare da vicino. A inizio Novecento non c’erano cellulari e obiettivi, non la possibilità di attribuzione ad una famiglia nel giro di dieci minuti tramite “dispositivi mobili” e senza la consultazione in biblioteca di voluminosi stemmari (cosa, comunque, di per sé inarrivabile, dal punto di vista emotivo). La morale è che la High-Technology è anche al servizio dell’araldica? No: è che mia suocera ha sempre ragione. 






lunedì 9 ottobre 2017

ARMA SPAUR: POST 7 DI 7. SUNTO E FOTO DI CASTEL VALER



1)      Nel ‘300 Volcmar di  Burgstall viene infeudato del castello di Sporo-Rovina. Il suo stemma stando al Rauzi era un falco d’argento in campo azzurro. L’autore di “Araldica Tridentina” inserisce nella sua opera anche un’arma nella quale però il pennuto non ricorda affatto un falco (fig. 1). Il cimiero di detto stemma era costituito da due coppe rovesciate, alludenti al titolo di coppieri dei conti del Tirolo.
2)      I successori di Volcmar, utilizzarono gli elementi del cimiero come emblemi del nuovo stemma, un leone rosso (spesso rivolto) in campo argento, tenente tra le branche anteriori, per l’appunto, una coppa d’oro. Fu questa l’arma che nei secoli verrà variamente inquartata con altre e che farà dimenticare la vera arma originaria Spaur.
3)      L’arma “pura” con il leone l’ho incontrata in due casi a Innsbruck (foto 2-3. La 3 è in Duomo e, azzardo, mi pare la testimonianza più tardiva, tra quelle da me raccolte, con il solo leone, che evidentemente ha proseguito a sussistere in parallelo alle versioni inquartate) e in Castel Valer, attuale proprietà del conte Ulrico Spaur, in Val di Non (foto 4-5). Gli stemmi là affrescati, se coevi (pare di sì) al resto sarebbero quattrocenteschi.
4)      Sempre in Castel Valer è conservato un quadro che celebra un matrimonio tra una Fugger* e uno Spaur. Qui ho incontrato per la prima volta lo stemma di tale famiglia inquartato con un trinciato d’argento e di rosso a due stelle di otto raggi dell’uno nell’altro (foto 6). Altro stemma che “sul tutto” riporta questo tipo di inquartato è quello del vescovo Christoph Andreas (vescovo in Bressanone dal 1601 al 1613, lo stemma che riportiamo in fig. 7 è tratto dal web e si trova in Brunico). L’arma con il trinciato e le stelle appartiene ai Coredo-Valer (Ulrico I fu signore dei Castelli di Flavon e Valer). Furono proprio gli Spaur di Castel Valer a utilizzare quest’arma. Ma, diversamente a ciò che ci potrebbe aspettare l’attuale proprietario di Castel Valer, sul suo biglietto da visita (foto 8) utilizza arma diversamente inquartata (visibile anche nella loggia superiore del castello, foto 9), arma visibile anche su due stemmari “Fugger” di metà ‘500 (foto 10-11; probabilmente coevi del quadro di cui a foto 6) nonché in Castel Coira (foto 12). In essa l’emblema puro Spaur viene inquartato con uno scaccato d’argento e d’azzurro attraversato da una fascia di rosso.
5)      Quale la genesi di questo secondo inquartato? Per rispondere occorre tornare al capostipite, il trecentesco Volcmar. Un suo nipote sposò, nel Quattrocento, sempre stando al Rauzi, Verena Lichtenberg ed è proprio dei Lichtenberg lo scaccato argento e azzurro attraversato da una fascia di rosso.
6)      In Riva del Garda esiste poi uno stemma Spaur (proveniente da chissà dove e posto in piazza 3 Novembre nel 1911) inquartato con un’aquila (foto 13).

* dalle fattezze e dall'abito si potrebbe azzardare che la dama in questione sia una Veronica Fugger. Considerazioni particolareggiate in tal senso si possono rileggere nel post 2 riguardante l’argomento Spaur (data: 29/8/17). Da notare che nei codici Fugger colà utilizzati per l’identificazione del personaggio, riportano, per quanto riguarda il maritoSpaur, lo stemma inquartato con lo scaccato e non quello che appare nel quadro di castel Valer, munito di trinciato rosso e argento.


Finisce con questo settimo post, salvo nuovi “avvistamenti”, l’avventura del Caffè in casa Spaur, iniziata quasi esattamente due mesi fa, l’11 Agosto scorso. Il premio promesso erano foto della splendida cappella di Castel Valer. Una promessa fatta tre anni e mezzo fa, quasi agli esordi del Caffè, e che ora mantengo.