martedì 20 gennaio 2015


URBINO- LE IMPRESE MONTEFELTRO-10) L’ARA DELLA SIBILLA CUMANA e 11) IL TEMPIO DELLA VIRTÙ E DELL’ONORE

Di questa foto abbiamo già parlato in 9) L’AQUILA. Ora, come avevo anticipato in quel post, accenno brevemente ad altre due imprese: l’ara della Sibilla Cumana (Ceccarelli, p. 137, che la vuole impresa di Guidobaldo II, quinto duca d’Urbino; terza in alto da sinistra, tra la bombarda e la meta)  e il tempio della Virtù (sempre risalente a Guidobaldo II, a destra del rovere e sotto all’ara della Sibilla). La prima è un altare “su cui sono posati i […]responsi [della Sibilla Cumana] scritti sulle foglie, che vengono disperse da un soffio di vento, col motto: VERVM EADEM VERSO TENVIS CVM CARDINE VENTUS “Ma se lieve all’aprirsi dell’uscio un soffio di vento…” è il verso virgiliano […] che anima il corpo di quest’impresa cara al duca Guidobaldo II…” (Ceccarelli, cit. p. 137). Lo stesso autore conferma che tale impresa  “è stata disposta tra le altre a ornamento del pavimento della cappellina che il duca Guidobaldo II fece ricavare nell’angusto vano a destra del grandioso camino della Sala delle Udienze; il ristretto piccolo locale vi si apre per accedere allo Studiolo del duca Federico di Montefeltro…” .  Mi pare quindi che quella da me fotografata possa dirsi l’impresa qui descritta, anche se, così pare, mancante dei particolari delle foglie, e del motto. Si nota invece distintamente il “vento” , impersonato dal volto soffiante.  Se invece fossi in errore, e tale impresa fosse diversa da quella dell’ara della sibilla cumana, prego, come di consueto e con la consueta gratitudine, chi sa, di parlare. Abbastanza malinconica l’interpretazione del Nardini che il Ceccarelli riporta: secondo l’autore con quest’impresa, Guidobaldo II “volle dimostrare che le sue speranze, le sue illusioni, i suoi più ardenti desideri […]svanirono come i responsi sibillini dispersi dal vento. Fu ambizioso, sognò il fasto e le grandezze, ma vide sempre esausti i suoi forzieri. Agognò alla gloria, ma i tempi non gli furono favorevoli e la fortuna non gli arrise mai. Egli, dunque, tutto attese dall’altare della Sibilla e nulla ottenne.”.  


Come detto, nella foto è visibile anche il tempio della Virtù e dell’Onore. Il Ceccarelli riporta l’anima  HIC TERMINVS HAERET , che qui non appare.  L’autore ci spiega citando il Picinelli,  che “il tempio della Virtù e dell’honore, da Marco Marcello furono edificati l’uno annesso all’altro, inferendo che per le strade della virtù si portavano gli animi nobili all’acquisto dell’honore”.  Le due torri quindi, simboleggiano le suddette “virtù” e “onore”, mentre il motto viene tradotto con “Qui è fisso decreto”. In pratica, secondo Guidobaldo II,  era “obbligatorio” il culto di virtù e onore, tanto come nel tempio quanto come nel suo Stato, visto come “tempio terreno ricevuto per grazia di Dio” (Ceccarelli, corsivo suo). Sempre il Ceccarelli conferma la disposizione di quest’impresa, anche nel pavimento della cappellina (vedi sopra).
 

martedì 13 gennaio 2015

URBINO- LE IMPRESE MONTEFELTRO-10) SFORZESCHE:
10.3 (di 3): IL MORSO
La frase di Antonio Conti, ripresa da
http://www.iagiforum.info/viewtopic.php… e da noi parzialmente riportata nel topic sui tizzoni ardenti e secchi (10.2 di 3) al completo suona così: “In conclusione le riporto un caso "urbinate" che potrebbe avere a che fare con i compassi dei Galuppi.
In quel di Urbino, molti studiosi d'arte e di storia dell'arte, ma non solo, hanno spesso indicato un'impresa usata da Federico da Montefeltro come l'impresa "delle spirali" perché vedevano rappresentate due spirali legate assieme ad un capo e terminanti nell'altro con delle punte divaricate a mo' di compasso. Qualcuno si è anche sbilanciato a dare spiegazione del significato di queste spire .
Si trattava invece dell'impresa Sforzesca cosiddetta "del morso", donata a Federico o adottata dallo stesso visti gli strettissimi rapporti che lo legavano a quella famiglia a partire dai due fratelli Francesco (poi duca di Milano) ed Alessandro (poi signore di Pesaro).
Per quanto l'impresa non nasca per stare dentro ad uno scudo, non mancano esempi di imprese rappresentate entro gli scudi come ornamenti architettonici (ma questo è un'altro discorso...). Tale frase infatti si riferiva propriamente all’impresa che qui trattiamo, quella del “morso”. Al Conti non poteva certo sfuggire la derivazione “milanese” della stessa e infatti correttamente lo afferma. La Guerreri la fa risalire a Giangaleazzo Visconti
http://www.storiadimilano.it/arte/imprese/Imprese05.htm, ove si apprende anche l’anima dell’impresa stessa: “Ich vergies nicht”, ma altrove dà prova di una ripresa “sforzesca” della medesima
(http://www.storiadimilano.it/arte/imprese/Imprese07.htm, quando parla della fontana del castello sforzesco in Milano).
Chi invece ancora una volta tace in tal senso è il Ceccarelli, che, come accaduto per le precedenti imprese sforzesche riprese dal duca di Urbino, per l’appunto tratta anche questa come impresa originale della corte urbinate. Egli infatti afferma che le moraglie attaccate alle redini (così le definisce lui: le moraglie sarebbero” i freni boccali seghettati a spirale da collegarsi al morso e da attaccare alle redini…” –corsivo dell’autore, nota mia-) erano state adottate da Federico, con il motto BELLI FVLGOR ET PACIS AVCTOR per ribadire il concetto, caro al duca, di pax armata: ovvia l’”allegoria” del cavallo da guerra, governato e frenato oppure lanciato al galoppo nella battaglia tramite il sapiente uso delle moraglie (alias rispettivamente della diplomazia o della guerra). Sicuramente tale spiegazione del Ceccarelli è del tutto coerente, ma, come detto, manca anche qui il richiamo all’origine (almeno del “corpo” dell’impresa) all’ambiente sforzesco a cui all’epoca quello urbinate era legato a doppio filo. Interessante l’etimologia di “moraglia” riportata dall’autore: essa deriva dal francese “moraille”, a sua volta pervenuto dal latino “mora” che significa “indugio, sosta, ostacolo impedimento”.

la foto postata per prima è tratta da http://www.storiadimilano.it/arte/imprese/Imprese05.htm







mercoledì 7 gennaio 2015

URBINO- LE IMPRESE MONTEFELTRO-10) SFORZESCHE:
10.2 (di 3): BISCIONE E TIZZONI ARDENTI
Non so dire invece nulla, dello schizzo che ho immortalato e che qui appare in foto 4., a parte il suo rievocare la (in questo caso)  generica storica alleanza Milano-Urbino ai tempi di Federico (magari il disegno faceva parte di un progetto di stemmi di famiglie alleate con cui ornare la stanza?) . Lo stemma  inquarta un vero e proprio emblema araldico (nel senso che fa parte propriamente di uno stemma) e, cioè, ovviamente,  il biscione, con un’impresa, cioè quella dei tizzoni ardenti con funi e secchi. Qui citiamo Antonio Conti che in 
 http://www.iagiforum.info/viewtopic.php?f=1&t=1118&p=11445&hilit=compasso#p11445 ricorda come “Per quanto l'impresa non nasca per stare dentro ad uno scudo, non mancano esempi di imprese rappresentate entro gli scudi…” . Questo fenomeno lo si può osservare, ad esempio,  nella foto dello “spazzolino” milanese tratto dallo studio della Guerreri.  Quel che però riporto qui è  un …binomio stemma (parte di esso)/impresa all’interno di uno stesso scudo.
L’appena citata (e pluricitata ) Guerreri  qui 
http://www.storiadimilano.it/arte/imprese/Imprese04.htm, (link da cui traggo le ultime due foto) attribuisce l’impresa dei tizzoni e secchi a Galeazzo II Visconti; ma se a volte è possibile stabilire la data di entrata in vigore di un’impresa (e quindi anche il nome del suo titolare) è probabilmente meno  possibile stabilirne quella della … sua cessazione d’uso e quindi capire da quando e a opera di chi questa fu abbandonata. Anche per i tizzoni, noi stessi abbiamo dimostrato che il loro uso pare non debba essersi esaurito con la dinastia viscontea ma sia proseguito nel ramo Sforza. Qualcuno ricorderà un mio  post della primavera scorsa  in cui riportavo le fotografie eseguite nella rocca di Soncino, più precisamente nella cappella, voluta da Galeazzo Sforza, quinto duca di Milano, nelle quali si può ammirare lo stemma ducale della famiglia, cimato dall’impresa dei Piumai (dono di Alfonso d’Aragona a Filippo Maria Visconti, terzo duca) e circondato proprio da quella dei tizzoni ardenti e secchi (riporto la foto per comodità –foto 3-). Perché non ricondurre anche questo stemma tratteggiato in Urbino a Battista Sforza o comunque a quelli che l’appena incontrato Antonio Conti giustamente definisce (sempre nel link sopraccitato) “gli strettissimi rapporti che lo (Federico, nota mia)  legavano a quella famiglia a partire dai due fratelli Francesco (poi duca di Milano) ed Alessandro (poi signore di Pesaro)”, legami a cui abbiamo pure noi già conferito il giusto risalto? Certo, il Conti nel suo intervento si riferisce all’impresa del “morso” (la 3 di 3, che incontreremo subito dopo questo post), ma –confortati dall’autorità del parere- riteniamo si possa procedere, in questo caso, ad allargare il campo di questa affermazione anche alll’impresa della scopetta e forse a questa dei tizzoni.  
Purtroppo di questo stemma/impresa non ho trovato riscontro nei testi, e un’attribuzione “diretta” a Battista Sforza invece che ad un generico (quanto reale e strettissimo!) sodalizio Montefeltro/Sforza, parrebbe cozzare anche contro un altro dato di fatto: nello studio che il Dal Poggetto esegue sulla camera picta degli Uomini d’arme del Boccati (seconda sala dell’appartamento della Jole, piano nobile del palazzo ducale di Urbino) che sta nel citato Piero e Urbino (pp. 280 e segg.), lo studioso rende edotto il lettore di alcuni risultati, alcuni ottenuti mediante l’esame alla luce di Wood su alcuni stemmi delle vele. Oltre ai soliti inquartati e aquile feltresche, appaiono  due armi che inquartano lo stemma a bande  azzurre in campo oro con un leone “ritto sulle zampe posteriori” e “con tra le zampe anteriore, un frutto, il cotogno. E’ con tutta sicurezza lo stemma di Battista Sforza”. L’arma appare due volte da sola, e due volte, come detto, inquartata con lo stemma di Federico. E’ notoriamente l’arma “antica” degli Sforza che ricorda –mediante il parlante cotogno-  le loro origini da Cotignola.  Stando a questo, quindi, Battista usò come suo stemma l’arma che più la legava alla famiglia, disdegnando quella “ducale” assunta dai Visconti. Ma è inutile allestire un processo alle intenzioni: nulla vieta un uso libero e non esclusivo (e quindi multiplo) della gamma araldica di una famiglia e comunque lo stemma con l’impresa dei tizzoni –nel Palazzo Ducale- c’è. Ovviamente, come sempre, tutte queste sono ipotesi che qualche già acquisita certezza, che io ignoro, potrebbe spazzare via in una riga. E io sarò ben lieto di accoglierla.


venerdì 2 gennaio 2015

POST DEL 31 DICEMBRE 2013 E INTEGRAZIONE DELL'11 APRILE 2014

AGGIUNGO QUI DI SEGUITO L'ALTRO (RISPETTO A QUELLO APPARSO NEL POST DELL'11 APRILE 2014, CHE SI TROVA IN CECINO -BS, E CHE QUI RIPORTO NELL'ULTIMA FOTO) STEMMA DEI FEDERICI DELLA DEGAGNA (BS), QUELLO PRESENTE NEL DIPINTO STANTE NELLA PRIMA CAPPELLA A DESTRA DELLA CHIESA DI S. MARTINO (POSTO ANCHE UNA MIA RECENTISSIMA RIELABORAZIONE DI ENTRAMBI).






 

mercoledì 24 dicembre 2014

Approfitto da subito per augurare a tutti Buon Natale e per ringraziare i suddetti tutti di essere ancora qui, in questo Caffè. Divido l'argomento che segue in tre "puntate". Inizamo con l'impresa della scopetta che ripulisce "dalle polveri del passato il presente, per iniziare un nuovo futuro" (Guerreri, si veda nel testo) che mi pare in tema col periodo dell'anno. Ancora tanti auguri a tutti.
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Per chi non l’avesse fatto in precedenza, raccomando, prima di leggere questo post e tutti i successivi riguardanti l’argomento, di prendere visione di quello postato da me l’11 novembre 2014 alle 11:09. Sempre se ne avrà voglia ovviamente...
URBINO- LE IMPRESE MONTEFELTRO-10) SFORZESCHE:
10.1 (di 3): SCOPETTA/SPAZZOLINO
Vi sarete forse accorti, dopo un anno e passa di Caffè, che non ho mai avuto problemi a confessare pubblicamente la mia maestosa ignoranza, anche e soprattutto rispetto a punti fermi della Storia, a fatti imprescindibili di essa, notori a tal punto da risultare banali ai più, eppure in grado assurgere tuttora a rango di novità per il sottoscritto. Non lo faccio per umiltà, né per umiliazione pubblica (non appartengo, giuro, a nessuna congregazione di “umiliati” intellettuali o pseudo-tali). Lo faccio per comodità, in quanto così agendo ho più tempo per parlare di quanto mi interessa, non sprecandolo per correre dietro a tappare i buchi e le falle che si aprirebbero in quanto dico, allorché volessi ammantarmi di uno spesso mantello di cultura che non mi appartiene.
E così il mio stupore è stato notevole quando, appena entrato nel Palazzo Ducale di Urbino, ho ammirato un’impresa che lì per lì mi pareva identica ad una sforzesca: la scopetta o spazzolino (si confronti ad esempio in http://www.storiadimilano.it/arte/imprese/Imprese07.htm le “imprese” Visconti-Sforza di Franca Guerreri, da cui traggo a mo’ di esempio l'ultima immagine, assegnata dall’autrice a Francesco Sforza IV duca di Milano, 1452-67). Non avrei dovuto provarne, se avessi saputo delle seconde nozze di Federico di Montefeltro con Battista Sforza , figlia di Costanza Varano e di Alessandro, Signore di Pesaro, nonché fratello del Duca Francesco appena citato, che era quindi zio di Battista stessa. Una volta “scoperta” tale cosa, mi sono però messo in testa di stabilire se tale “omonimia” tra le due imprese, fosse davvero dovuta alla parentela Montefeltro-Sforza o a coincidenza. Tale coincidenza in fondo, poteva essere meno improbabile del previsto, visto l’univoco significato morale (almeno ad un primo livello di analisi, che non tenga conto di più vaste e approfondite conoscenze simboliche di respiro universale) di cui si vuole caricare l’impresa della scopetta: ripulire dalle polveri del passato il presente, per iniziare un nuovo futuro. Questo infatti è il “senso” che dà la Guerreri della scopetta sforzesca, e questo è quello che ne dà il Ceccarelli (cit. p. 57), ricordando la nascita “spuria” di Federico (destino comune allo Sforza, definito ancora dopo il suo matrimonio con Bianca Maria, figlia naturale di Filippo Maria Visconti: “bastardo marito di bastarda”. vedi Guerreri in cit.) e la successiva “redenzione” derivata dal diploma pontificio di Martino V che ne “mondava” così “la macchia”*. Il Dal Poggetto inoltre ne ricava un significato più ampio e non legato a contingenze , ma comunque non difforme: “lo spazzolino [come] simbolo di pulizia morale” (in Piero e Urbino, cit. p. 321). Tuttavia proprio da quest’ultimo autore, ricavavo la “certezza” che la scopetta presente in Urbino non fosse impresa originale feltresca ma mutuata dalla moglie. E questo in quanto il Dal Poggetto medesimo in conclusione del suo studio sull’ “Alcova del Duca” (cit., pp. 310 e segg.) fa dipendere proprio la datazione dell’opera lignea, anche dalla presenza in essa dello spazzolino, “non possibile prima del ‘59”, non tanto perché la Sforza in quell’anno fosse divenuta moglie di Federico (lo diventerà infatti solamente nel Febbraio del 1460), ma come “omaggio a Battista, da poco divenuta contessa d’Urbino”. Una relazione chiara, insomma, stando allo studioso, tra gli Sforza e lo spazzolino presente nel Palazzo Ducata urbinate. Relazione però, se non esplicitamente negata, totalmente ignorata dal già citato Ceccarelli che dopo aver riportato il significato morale dell’impresa (accompagnata nei disegni presenti nel suo lavoro dall’”anima” SCOPIS MUNDATA, presente in un cartiglio sormontante il “corpo” dell’impresa medesima), tenta di spiegare la sua assenza tra i simboli del celebre studiolo di Federico o se e come essa possa essere rappresentata o meno, in esso, da un piumino che compare appeso ad un gancio. Come detto, nessun riferimento però, a origini milanesi dell’impresa di cui qui si è parlato.






martedì 16 dicembre 2014


URBINO- LE IMPRESE MONTEFELTRO-9) L’AQUILA

Ho scattato poi alcune foto “panoramiche” da cui si possono desumere (nonostante la scarsa qualità delle stesse, dovute a povertà del mezzo tecnico, povertà e stanchezza del soggetto scattante, foreste di piedi, gambe e gente frettolosa, ecc.)  altre imprese di cui non si è ancora parlato. Nella foto 1, ad esempio, oltre alle già incontrate mete, alla bombarda, all’ermellino e al rovere …”Roveresco”, ecco che si possono notare  l’ara della sibilla cumana (Ceccarelli, p. 137, che la vuole impresa di Guidobaldo II, quinto duca d’Urbino; terza in alto da sinistra, tra la bombarda e la meta) e il tempio della Virtù (sempre risalente a Guidobaldo II, a destra del rovere) –e di entrambe parleremo in seguito, esattamente  ai “paragrafi” 11 e 12- nonché, lontana e semicoperta (quasi a voler poeticamente ricordarci  che essa è la più antica, almeno stando al Ceccarelli –p. 20- e quindi la più nascosta e remota) l’aquila.     
Partiamo da questa, un’impresa (anzi  “impresa primigenia di Federico” per dirla con Paolo dal Poggetto nella sua relazione sugli “Uomini d’arme” presenti nell’appartamento della Jole del Palazzo Ducale. Cfr.: Piero e Urbino, cit., pp. 290 e segg.)  per parlare della quale non si può non farlo –al contrario che per le altre- anche dello stemma, visto che ne fa doppiamente parte, anche se con varianti, ed è quindi, in fondo, un’impresa per modo dire. Io la valuterei più come un elemento araldico.  L’autore appena citato ci racconta come il Nardini sostenga che l’aquila armata e diademata di rosso fosse stata scelta dal conte Antonio di Carpegna, signore di Montecopiolo e di San Leo, ghibellino. Si dice che il rosso degli artigli e della corona fu scelto in memoria del “sanguinoso tumulto da lui sedato in Roma contro l’imperatore Barbarossa, dal favore del quale trasse origine la grandezza della sua Casa (realtà o, una volta di più, il consueto indulgere in inverificabili vicende carolinge? –nota mia-). Anche la città di Urbino, quando ancora si reggeva con proprie leggi, innalzava nel suo stemma l’aquila imperiale. I Montefeltro, prima di estendere il loro dominio a Urbino, continuavano a fregiarsi dello stemma con le tre bande d’argento in campo azzurro della famiglia dei Carpegna, ma assoggettata Urbino, cambiarono le tre bande d’argento in oro, ponendo in quella superiore l’aquila nera degli Urbinati; così i signori feudatari e i loro sudditi ebbero da allora uno stemma comune” (Ceccarelli, che cita, come detto, un’opera del Nardini, del 1931, dal titolo Le imprese o figure simboliche dei Montefeltro e dei Della Rovere, p. 4).

Dissente totalmente da questa tesi il Lombardi nel suo  “I simboli di Federico di Montefeltro” (in Piero e Urbino, cit. p. 135 e seguenti). Secondo lui “l’originario stemma dei Conti di Montefeltro” si badi bene “prima che diventassero conti di Urbino tra il 1226 e il 1234”, era già quello con le tre bande d’oro (e non argento) in campo azzurro e già munito di aquiletta nera, anche se il Lombardi stesso la vuole posta nel “capo dell’impero” (che nella ripartizione classica dello scudo operata dal Ménestrier, “coprirebbe” i punti A-B-C) che però poi dimostra di confondere con il “punto d’onore” (che invece sarebbe il punto E) , in seguito nominato poi “punto d’onore del capo dell’impero” (che, per quel che posso immaginare, potrebbe trattarsi del punto B).  Cita numerosi esempi di tale stemma (sigilli e armi che vanno dal 1220 al 1404), ma non riportandone alcun esempio figurativo noi non riusciamo a risolvere il dubbio. Quel che più conta, però, e che, stando sempre al Lombardi, una volta acquisito il comitato di Urbino (da Federico II), “i conti di Montefeltro conservarono lo stesso stemma a testimonianza del loro dominio per volontà imperiale e non papale, né per accordo con la comunità o con il vescovo”. Ma “affiancato a questo emblema” (ed è qui che sorge la polemica con il Nardini, e indirettamente quindi con il Ceccarelli, che la riprende)  “[…] figura un altro distinto stemma con un’aquila nera in campo oro: quella di Urbino. Ecco che allora bisogna sfatare una volta per tutte che l’aquiletta entro lo stemma sia stata assunta dai Montefeltro a seguito della loro acquisizione del comitato d’Urbino” (sottolineatura mia).   In realtà, aggiunge l’autore, quell’aquiletta significava ben altro, cioè come già ricordato, una discendenza di matrice ghibellina della loro investitura comitale originaria, dovuta “con tutta probabilità” al Barabarossa.   Nel frattempo Urbino aveva come stemma un’aquila nera in campo oro, “ma questa rimase come simbolo del vescovo cittadino e poi come emblema della comunità, senza passare nello stemma feltresco, almeno fino a Federico, conte e poi duca”.  Il motivo? Stando al Lombardi è chiaro. Federico, dopo la morte del fratellastro conte Oddantonio, di cui tutti sospettavano il primo come mandante (cfr. Roeck e lo stesso Lombardi) “dovette venire a patti con la comunità di Urbino. Il suo potere non derivava più da una desueta investitura imperiale, né solo da un vicariato papale, ma dall’adesione cittadina. Ecco perché sin dagli inizi della sua signoria Federico fu costretto a inquartare l’aquila urbinate con le tre bande feltresche. Su questo punto la scienza araldica è concorde: le inquartature sono preminentemente espressioni pattizie”. A riprova di ciò l’autore cita il sigillo del vescovo Corrado (vescovo di Urbino, 1313), con i suoi due stemmi ovali distinti, l’uno con l’aquila urbinate e l’altro con le bande feltresche comunque munite di aquiletta;  o gli stemmi sui sepolcri gotici del conte Antonio e Guidantonio  che come  i loro avi erano distintamente conti di Montefeltro e conti di Urbino e conseguentemente recavano due “distinte insegne araldiche”. Insomma come a dire che se l’aquila successivamente  inquartata con lo stemma a bande feltresco, fosse quella che anticamente stava appollaiata tra le bande medesime, probabilmente essa sarebbe sparita dalla vecchia collocazione per entrare in quella nuova.  Il fatto che sia rimasta sia qui che là, va a maggior riprova che di due aquile distinte si tratti, come distinti sono i loro significati giuridici.

Inserisco poi una foto  (2)  che chiarisce un concetto del Lombardi, il quale, dopo aver asserito che lo stemma inquartato (aquila/bande) fu lo stemma personale di Federico nei primi decenni del suo dominio, sostiene che il Duca “insinuò un’operazione di sineddoche (immagino sostituendo o evidenziando una “porzione” per il “tutto”, nota mia) dello stemma, con preminenza per quella parte che contrassegna emblematicamente la figura del signore, cioè la sola aquila. A ciò contribuiva il marcato profilo aquilino del personaggio” dovuta al famoso incidente nel torneo del 1451, incidente che costò un occhio al signore di Urbino e che lo costrinse a resecare l’attaccatura del naso (altrove ho già detto dell’insinuazione che vuole come questa operazione fosse in realtà stata espressamente voluta dal futuro duca, per poter meglio disporre del campo visivo del solo occhio rimasto, anche nella zona “morta” dovuta alla perdita dell’altro. Ricordiamo che il suo mestiere fu sostanzialmente la guerra, non doveva essere roba da poco eseguirlo con il cinquanta per cento di vista in meno…).
 





mercoledì 10 dicembre 2014


URBINO- LE IMPRESE MONTEFELTRO-8) L’ELEFANTE

Non ne sapevo nulla, ai tempi (recentissimi) della mia visita a Palazzo Ducale: questa è la tragica verità, ma siccome è la verità, inutile nasconderla. Però poi documentandomi, la sorpresa nel vedere tra le mie foto (e di questa foto chiedo scusa per la qualità) un elefante come impresa feltresca  è stata notevole. E questo perché ero venuto nel frattempo a conoscenza di come l’elefante, per giunta circondato da zanzare (e vedremo tra breve come questa precisazione abbia la sua valenza) fosse “impresa dinastica dei Malatesti, animata dal motto ELEPHAS INDVS CVULICES NON TIMET (“L’elefante indiano non teme le zanzare”)” (Ceccarelli p. 64 nota 96) ove le zanzare indicavano ovviamente i piccoli, petulanti, insignificanti e soprattutto innocui e nemmeno fastidiosi, nemici di turno che pullulavano intorno alla casata. La sorpresa era destinata ad aumentare quando sul libro del citato Ceccarelli lessi di come anche questo elefante feltresco fosse circondato da tafani con l’ovvio medesimo significato delle zanzare malatestiane (sempre insetti succhiasangue sono…), nonché da fasce che lo legano strettamente, ad esaltarne ancor di più la calma e la forza nel sopportare le noie della vita.             
L’impresa appartiene, stando all’autore appena citato (p. 138) al quinto duca di Urbino, Guidobaldo II della Rovere. Chissà se ai tempi in cui questi adottò tale emblema, in città vi fosse ancora qualcuno che ricordasse o comunque fosse venuto a conoscenza di come anticamente il grande nemico dell’altrettanto grande Duca Federico, cioè Sigismondo Malatesta, sfoggiasse identico simbolo; e chissà se pertanto, tale –ipotetico­- ricordo contribuisse ad acuire l’odio della popolazione verso il non certo amato (Ceccarelli dixit) duca Guidobaldo II.  Fantastichiamo. 
Certo è che – se la ricostruzione da noi riproposta risulta vera- questo è un bell’esempio di come il tempo e l’oblio aiutino a far migrare “simboli”, imprese, emblemi da un fronte all’altro; a far valicare loro confini un tempo considerati insuperabili (di certo –crediamo, magari sbagliando- che Federico mai si sarebbe sognato di assumere tale impresa, ai tempi simbolo supremo –come detto- della dinastia malatestiana…). Ma il duca Guidobaldo II moriva nel 1574, quasi un centinaio d’anni dopo rispetto al giorno in cui lo fece anche il suddetto Federico, e più di un secolo dopo le vicende che videro il duca (allora non ancora tale) urbinate e Pio II prevalere sul Malatesta, evento che fece scrivere a Giovanni Santi (padre di Raffaello) nella sua Cronaca Rimata, scritta in onore di Federico,  come “Allo Aliphante el cor l’aquila morse”*. Raffigurare quest’impresa “elefantesca”  nel bel mezzo di Palazzo Ducale, contribuì, consapevolmente o inconsapevolmente, a rendere quei giorni di massimo splendore ancor più lontani.

*L’araldista o (nel mio caso) l’araldofilo si commuove sempre quando simboli di imprese o emblemi di stemmi campeggiano in frasi o concetti, e lo fanno rimanendo inesplicati, perché di tale spiegazione nessuno, ai tempi in cui questi venivano scritti, necessitava.